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Quando strisciar non nuoce – Mirko Nicolino

Quando strisciar non nuoce

La giornata numero 15 del campionato di Serie A ha confermato per l’ennesima volta, qualora ce ne fosse bisogno, che non si riesce proprio ad avere uniformità di giudizio. Che a decidere sia l’arbitro di campo oppure il VAR e i suoi assistenti, medesime situazioni vengono interpretate costantemente in maniera diversa e non si riesce a capire quale sia la discriminante. In Napoli-Inter non viene considerato falloso un placcaggio in stile rugby di Lautaro su Lobotka, ma la settimana successiva viene concesso un rigore all’argentino per una mano che un avversario gli ha poggiato su una spalla.

Sono riusciti persino a creare disparità di trattamento sulle entrate piede a martello, con Boloca espulso contro la Roma per un intervento su Paredes, mentre Berardi in Sassuolo-Juve viene graziato su Bremer perché l’intervento è pericoloso, alto, può spezzargli una gamba… ma “striscia”. Poi c’è Lukaku che “striscia” Kouame e viene espulso: a scanso di equivoci, sono tutti cartellini rossi, non mi si fraintenda, semmai si può discutere sulle giornate da comminare sulla base della violenza dell’entrata, ma diamo anche interpretazioni diverse su episodi così limpidi ed è letteralmente finito il calcio.

L’aiuto tecnologico è stato introdotto per correggere gli errori, invece non sta facendo altro che creare ulteriori casini. Ci sono partite letteralmente vivisezionate, poiché come dice Lorenzo Pregliasco, la pressione mediatica che genera la Juventus è di gran lunga superiore a quella delle altre squadre, mentre in altre gare gli interventi del VAR sono limitatissimi. Ci sono arbitri che per esperienza e carisma non ascoltano gli assistenti davanti al monitor, altri che invece si lasciano soverchiare dagli stessi.

Non si capisce più quando scatta o meno questo protocollo, anche perché il designatore ha sempre pronta la pezza a colore. Così, alcuni gol viziati da irregolarità nell’inizio dell’azione, vengono giustamente annullati, altri convalidati come se non fosse successo nulla. Si è passati dalla gravità del fallo a solo i falli che riguardano la testa o il volto. Poi, però, in alcuni casi si torna indietro di pochi secondi, altre volte si vivisezionano i 3 minuti precedenti il gol. È una giungla e non se ne esce, poiché è un problema in primis culturale tutto nostro. La cultura del sospetto, alimentata da addetti ai lavori, addirittura politici, ha fatto diventare verità delle leggende metropolitane che è difficile ora far ricadere nell’oblio.

Come quella sui rigori assegnati alla Juventus. Negli ultimi 70 anni (70 non 7), sono nell’ordine Inter, Lazio e Milan le squadre che hanno registrato i record di rigori ottenuti in una singola stagione, eppure se vai al bar o leggi i social, le battutine sono sempre sulla Vecchia Signora. E a nulla serve mostrare i numeri, perché tanto ti rispondono: “sì, ma quelli che non vi hanno dato contro?”, “anche quei pochi che vi danno sono tutti inventati”, “e vogliamo parlare dell’impunità dei gobbi ai cartellini?” (anche qui, i numeri dicono tutt’altro). Non se ne esce, insomma, e nessuno ha interesse che questo trend di disagio venga invertito, per un semplice motivo: usare questi termini nei confronti della Juve paga in termini di audience, click, letture, introiti e di conseguenza anche carriere. Come ebbe ad ammettere anche un noto magistrato.

Mirko Nicolino

 

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