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La VOSTRA Jdentità – Ricordi in bianconero

Profondo Rosso – Di Marcello Capozzi

Nel 1975, anno della mia nascita, usciva anche il film di Dario Argento “Profondo Rosso”.
Cosa significa? Lo capiremo più’ avanti

Il 25 maggio 1983 in provincia di Napoli aveva piovuto, lo so perché ho sbirciato negli archivi storici, non posso dire se l’ acqua sia venuta giù la mattina o la sera…

Forse me lo saprebbe dire mio padre ma purtroppo non c’è più, ricordo però che aveva comprato la Gazzetta dello Sport, sapete?! All’ epoca si poteva leggere, era abbastanza  superpartes, c’era stata una lunga attesa per la madre di tutte le partite, la finale di Coppa dei Campioni (che bello solo pronunciarlo!) Non era ancora il “circo” della cosiddetta Champions’ League: vi partecipavano come da nome solo i Campioni delle varie nazioni.

La Juventus arrivava dopo una cavalcata strepitosa all’appuntamento finale, che doveva essere solo una formalità.
Non ricordo se i napoletani dell’ epoca gufassero, di sicuro non c’era l’astio di oggi, ci si sfotteva ma in un certo senso ci rispettava. Purtroppo, altri tempi.

E venne sera

Al secondo piano del palazzo di proprietà’ di un noto boss della Camorra abitavamo noi, una famiglia di gobbi con la G maiuscola e negli appartamenti a fianco al nostro c’erano due famiglie: una di tifosi del Napoli e l’altra strepitosa, una mamma e tre ragazzi che avevano perso il padre, tifosi di Juve, inter e Napoli -che bella la varietà!- Eravamo gli unici ad avere la TV a colori, non perché fossimo i più’ ricchi, anzi! Ma solo perché papà’ e mamma non ci facevano  mancare mai nulla. L’anno prima, alla vigilia dei mondiali, mio fratello fece cadere la Seleco marrone a faccia avanti distruggendola. Mio padre, per non perdersi la finale del Mundial 82, fece altre cambiali e prese una Grundig nera, credo l’abbia pagata più di un milione di lire!

Sembrava quasi contento che mio fratello avesse rotto la Seleco, la Grundig era tedesca e le cose tedesche duravano di più, diceva lui. A proposito di tedeschi: era proprio con quelli, che ci giocavamo la Coppa. La mia stanza si riempì di persone da tutto il piano, come la Finale del Mundial! Pensavo fosse di buon auspicio e poi chi poteva mai battere la squadra che aveva eliminato con facilità i campioni in carica dell’ Aston Villa?
Chi poteva battere il mio idolo Paolo Rossi, il mattatore del Brasile? Ricordo che la partita iniziò con un colpo di testa di Bettega e il portiere dei “rossi” fece una parata strepitosa: si capì che non sarebbe stato facile ma che ce l’avremmo fatta. All’improvviso cosi dal nulla partì un tiro da 30 metri che senza far rumore si insaccò nel sette e così scoprii che pure la rete della porta era rossa, fino a quel momento non me ne ero nemmeno accorto.

Uno strano silenzio ci avvolse, era accaduto qualcosa di illogico, una traiettoria beffarda quasi a schernire la nostra arroganza, la nostra convinzione di avere vinto ancora prima di giocare. La cosa più’ brutta fu che la Juve  per tutto il primo tempo non si rialzò. Rammento poche cose di quella partita, le proteste di Platini quelle sì, però nessuno fece tanto casino per un rigore che visto oggi dai filmati è clamoroso! Pare che anche i giocatori dell’ Amburgo lo abbiano ammesso, quelli erano anni in cui si parlava meno e si giocava di più! Le altre occasioni le ho riviste qualche anno fa su YouTube, non avevo ricordi così nitidi.

Quando Cabrini aveva sbagliato il rigore con la Germania nell’82 mio padre aveva apostrofato “non abbiamo bisogno di vincere con un calcio di rigore”! Invece quella sera disse semplicemente “questa Coppa è maledetta”, eppure avevamo perso con il grande Ajax di Cruijff e questa partita con l’Amburgo non era ancore finita, perché era maledetta? Come se lui già’ sapesse cosa sarebbe accaduto negli anni a venire o forse ricordava le altre campagne europee della Juve in Coppa dei Campioni. Vidi quelle maglie rosse festeggiare  a fine partita, un dolore atroce: quella palla tirata da Felix Magath che si insacca nella rete rossa me la sogno ancora oggi: PROFONDO ROSSO! Credo di avere bisogno di un analista per questo, perché da solo non riesco a superare il trauma, ma forse è meglio così, quel ricordo così nitido mi tiene vivo un attimo di fanciullezza. Tutti tornarono nei loro appartamenti, il giorno dopo si tornava a lavorare, alle condizioni ridicole in cui si lavorava al sud negli anni 80.

A me e a mio fratello, restò la cicatrice profonda di un avvenimento che ci segnò per sempre. Avevamo perso la nostra fanciullezza sportiva, come se per la prima volta ci fossimo scontrati con la cruda realtà’ della vita, come se una grande perdita avesse toccato le nostre vite, eppure era solo calcio. C’è tra noi una specie di tacito accordo: quello di non parlare mai di quella partita, quella che doveva essere una passerella e si tramutò in una “tragedia” sportiva. Chi ha più’ anni di me potrà raccontarla meglio, ma di sicuro quelli più’ giovani, quelli che non l’hanno vissuta si sono persi un momento che alla fine ci ha accomunato: gli Dei caddero, ma da lì si seppero poi rialzare e ci regalarono l’Olimpo. Solo noi! Solo noi! Tutte le Coppe abbiamo noi! Questo si cantò negli anni a venire!

Un fuoriclasse assoluto e senza pari ci portò in cima al mondo: ci furono molte vittorie e poche sconfitte, e ci fu poi una grande tragedia.
Ma questa è un’altra Storia.

All’Avvocato, il più’ grande Juventino di sempre.

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