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Politici allo Stadio – Tifosi all’ospedale. Si può accettare?

Il calcio,  dovrebbe essere un veicolo di divertimento, passione, confronto e competizione sana. Tuttavia, quanto accaduto ieri allo stadio Olimpico di Roma durante il derby tra Roma e Lazio ha evidenziato quanto l’amore per la squadra possa degenerare in violenza inaccettabile.

La partita, già di per sé particolarmente sentita, ha assunto connotazioni drammatiche, culminando in scene di violenza che vanno al di là di qualsiasi rivalità calcistica. Il lancio di petardi, fumogeni e oggetti dalla tribuna, l’aggressione a Bove colpito alla testa da una bottiglia lanciata dagli spalti, le espulsioni, le gomitate, sono episodi che nulla hanno a che fare con lo spirito sportivo.

La violenza però non si è limitata al contesto dello Stadio: la nottata è stata poi caratterizzata dall’irruzione di un gruppo di tifosi della Lazio, volti coperti e armati, in un pub frequentato dai sostenitori romanisti. Il risultato è stato un tifoso accoltellato al petto, ora in ospedale con codice rosso. Questo supera di gran lunga i limiti della competizione sportiva e si spinge in un territorio oscuro, dove la passione sfocia nell’odio e la rivalità in violenza.

Ma esiste un aspetto altrettanto preoccupante, che si estende oltre il mero contesto della partita, richiedendo una profonda, profonda riflessione. Nel mentre le scene di violenza prendevano piede negli spalti, il Parlamento italiano interrompeva anticipatamente i propri lavori, concedendo ai parlamentari l’opportunità di assistere al derby. Questa decisione, pur rientrando nella sfera delle scelte personali, solleva interrogativi significativi sulla priorità attribuita alle questioni affrontate dal Parlamento italiano. L’invio di armi al popolo ucraino, una decisione con potenziali impatti sulla vita e sul futuro di migliaia di persone, sembra essere stato relegato in secondo piano a favore della passione calcistica.

E qui entra in gioco la responsabilità di chi, giorno dopo giorno, alimenta l’odio e la rivalità solo per monetizzare qualche interazione sui social network. Se da una parte è ovvio ed evidente come la responsabilità delle violenze è di chi le commette, sarebbe urgente ed auspicabile  un severo esame di coscienza da parte di tutti quei soggetti che, attraverso penne, tastiere e schermi, contribuiscono ad inquinare il clima, creando polemiche ad arte per alimentare il business dell’odio.

Lo sport dovrebbe essere vita, sfida e confronto, ma quando l’odio diventa protagonista, si gettano i semi di eventi tragici come quelli verificatisi ieri a Roma.

Il momento è giunto per una riflessione collettiva e per un impegno concreto affinché lo sport torni ad essere un’occasione di gioia, condivisione e competizione leale. L’odio non deve avere spazio nelle nostre passioni, altrimenti, il giorno in cui ci renderemo conto di quanto sia troppo tardi sarà sempre più vicino.

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