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Furia Furin Furetto: Furino, il capitano

Il capitano dell’adolescenza e della prima barba, un pomeriggio al Comunale
Insòlito giocare di sabato, in un calcio votato alla domenica pomeriggio, tutti allo stesso orario, tutti in concomitanza. La Juve chiede ed ottiene (poiché se la Juve chiede, non c’é problema, più o meno come adesso…) di anticipare le ultime partite per avere un giorno di riposo in più, lungo la strada della finale di Coppa U.E.F.A. Si parte dalla barriera sul solito tram, e si entra in Curva Filadelfia alla solita uscita alta.
Il sole di fine aprile bacia Superga, i monti accerchiano la città carichi di neve pre disgelo e il placido fiume risale le borgate adagiato ad un lembo di collina. Classica meriggiata di primavera, a casa non si può stare.

C’è la Juve per diana, che insegue il riscatto da sbattere in faccia a “quelli là” che non mollano, con lo scudetto cucito sulle maglie, non succederà più, regalato loro per gentile concessione di una Juve convinta di avere già vinto. Al Comunale arriva il Napoli di Pesaola, senza infamia e senza lode, con Gedeone Carmignani in porta, ex che si porta appresso la sfortuna di Cagliari. La Juve canta “un motivetto/che mi piace tanto/ e che fa… Zoff, Cuccureddu, Gentile; Furino (capitano), Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti,
Bettega. Ma che musica, che musica, che musica, maestro!
Un quarto d’ora e siamo avanti. Bettega scaraventa la palla alle spalle di Gedeone, senza pietà. Allora il portierone inizia a parare il sole, la luna, la saetta e il vento e non si raddoppia.
Le nubi che giungono sicuramente da un Toro club si intasano tutte quante sul Comunale e all’inizio della ripresa incomincia un diluvio tipo Arca di Noè. La partita langue sotto gli scrosci che oscurano la luce e riducono la visibilità dagli spalti alla bandierina del calcio d’angolo qui sotto.
In un’incursione napoletana portata avanti per inerzia, un contrasto mancato dal nostro capitano, libera Massa davanti a Zoff e pareggia i conti. La disperazione serpeggia tra di noi, appollaiati sui gradoni della curva, inzoppati come conigli bagnati. Alla maniera di Roberto Baggio: finezza per chi si ricorda dei mondiali d’America.

I minuti passano e sempre più si fa strada la possibilità per i “mulitta” di raggiungerci in classifica il giorno dopo. Abbiamo solo un punto di vantaggio in classifica. Come nelle fiabe di Andersen, l’ora dell’eroe scatta. Il capitano di cotanta Juve, tal Furia Furìn Furetto come lo ha battezzato Valdimiro Caminiti, memore del pasticcio creato in occasione del pari, parte dalla sua trequarti, segue l’azione a fari spenti e quando la palla entra in area, risolve con un tocco tanto lieve quanto chirurgico il giusto, un batti
e ribatti sotto porta, di là dall’altra parte, sotto la Maratona. Non vediamo nulla, ma vediamo maglie a strisce che si abbracciano e lo facciamo anche noi, perché chi sogna, immagina senza fatica.
Tralascio le scene di follia pura nella pancia della curva. Mi soffermo sulla “perla” di un giocatore a cui Madre Natura non ha concesso il talento del fuoriclasse, ma che lo ha dotato di una grinta sovrumana ed un cuore che si è speso per tutta la vita di atleta solo per una causa, la nostra.
Quante volte Beppe ci ha raccontato che sentiva la necessità di cercare il momento di restituire ai
compagni quello che aveva loro tolto con un intervento sghembo. Che è andato avanti quasi come trascinato da una forza sconosciuta che lo ha portato lì dove il pallone sarebbe passato.
Quel giorno Furino è diventato il capitano della mia generazione, dei miei vent’anni, della mia Juve che ancora oggi mi commuove al solo pensiero.

Alla fine dell’annata non bastano 50 punti agli “altri” per rivincere il campionato, perché non ce n’é, niente da fare e Furia é colui che indossa la fascia della Juve stile “sempre un punto in più, costi quel che costi”. Si vince anche la Coppa U.E.F.A. con solo giocatori italiani, mai ripetuto da nessuno. E nella notte di Bilbao, un tracagnotto in maglia azzurra con inserti bianconeri alza la prima coppa europea della nostra storia. E’ il capitano, il mio capitano ed ha nome Giuseppe Furino, un uomo dal sapore antico, più Bigatto
che Boniperti, ma come costoro, juventino difficilmente eguagliabile, cuore e mente, fede e amore. Come forse appare demodé nell’era della tecnologia, azzera emozioni.

Marco Edoardo SANFELICI

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