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30 DENARI – di Fabrizio Baricchi

La nostra amata Juventus, storicamente, ha avuto nelle proprie rose alcuni tra i calciatori più bravi della loro epoca.

Come succede in qualsiasi rapporto lavorativo, la collaborazione inizia con la firma di un contratto di lavoro tra il datore di lavoro ed il professionista interessato. Nel mondo del calcio i contratti hanno componenti specifiche legate al contesto dell’operazione. Il denaro percepito dal calciatore è decisamente più alto rispetto ad un lavoratore di qualsiasi altro genere. La quantità generale di denaro che circola nel calcio è completamente diverso da quello di un comune ambiente di lavoro di una qualsiasi categoria lavorativa. Le variabili che contribuiscono a questa sostanziale differenza sono molte ed è anche inutile elencarle perché non sono il cuore di questo editoriale.

Inquadrato l’ambiente di lavoro ed i rapporti umani, si può riaffermare che i rapporti,  da sempre, iniziano e poi finiscono per motivazioni diverse. Variabile è la durata ed anche su questo aspetto ci si potrebbe scrivere un libro.

Una forte componente, molto influente sulla parte umana dei calciatori, e a volte anche dei dirigenti, sono i tifosi con tutte le infinite sfumature nelle sensibilità individuali che, spesso, creano spaccature anche all’interno della tifoseria stessa. Ed anche in questo caso sono molteplici le cause di eventuali spaccature. Il tifoso, di qualsiasi colore, ha delle aspettative sul calciatore acquistato che, a sua volta, sente il peso di queste aspettative che possono aiutarlo a crescere oppure creargli una pressione eccessiva.

Una regola fissa nella mentalità della tifoseria è che più il calciatore è stato pagato per l’acquisto/prestito/altro, più percepisce di stipendio e maggiori sono le aspettative, da soddisfare in poco tempo con prestazioni all’altezza del valore economico e dello storico calcistico. Ovviamente è una visione generale sulla composizione e mentalità della tifoseria.

Definito tutto questo, affronto l’aspetto emozionale del calciatore che è ciò di più variabile che ci possa essere nell’ambiente. Supponendo che il calciatore, fisicamente, sia in perfetta forma, il condizionamento sulla resa dipende anche dalla parte emozionale. I tifosi che esaltano, sostengono, supportano un determinato calciatore fungono da input adrenalinico e la resa è migliore. Diversamente, il calciatore potrebbe avere delle difficoltà perché si sente giudicato, poco accolto, con il pericolo di cadere in una specie di depressione sportiva.

Tutto quanto riportato sino a questo punto, chiaramente, è un ragionamento volutamente semplicistico. La realtà è che ci sono tantissime differenze puramente umane, emozionali, caratteriali, e quindi diventa quasi impossibile citare tutte le potenziali casistiche.

In mezzo a tutto ciò, la divisione tra l’appartenenza interiore ad una determinata squadra oppure il semplice interesse economico di chi gioca per professione, è un aspetto a cui si attribuisce molto peso, direi da quando esiste il calcio moderno.

Noi Juventini abbiamo pianto quando il campione di turno è uscito con “umiltà ed Amore” dalla Juventus. Avevano solo capito che era giunto il momento di dire basta al mondo del calcio. Altri, altrettanto stimabili, hanno annunciato la fine del rapporto con la squadra per cui hanno lottato per tanti e tanti anni, decidendo con un certo dispiacere di voler giocare ancora qualche anno in altre squadre per cui potevano essere ancora utili. È logico e comprensibile che più la squadra comete ad alti livelli e più i giocatori devono avere la capacità di rendere in maniera adeguata, cosa che non può più accadere da una certa età in poi. Però ci sono squadre con meno impegni ed aspettative per cui questi giocatori possono essere ancora in grado di lasciare qualcosa.

Ogni calciatore, umanamente, ha il proprio carattere, può amare la maglia per cui gioca oppure viverla come un normale rapporto di lavoro. Le società sono aziende del mondo del calcio e come tali devono comportarsi, soprattutto in questi ultimi anni durante i quali  i fondi a disposizione sono calati notevolmente ed i dirigenti consapevoli e professionalmente affidabili devono “far quadrare i conti”. Come? Partecipando ad un mercato nel quale i calciatori diventano valori di scambio, in compra vendita o altre forme talvolta fantasiose. Succede anche che, per ridurre i costi, i calciatori con più “anzianità” di servizio (e conseguente adeguato stipendio) debbano essere esclusi dai progetti futuri ed il contratto non venga rinnovato. E c’è il primo bivio: qualcuno accetta riconoscendo le  motivazioni ed abbandona scegliendo di andare via.

Dopo questa personale descrizione del mondo del calcio e dei calciatori che l’hanno vissuta, posso dire che si tratti di un’attività che indubbiamente porta gloria e l’impressione di essere quasi delle divinità, idolatrati dalle folle, spesso dimenticando la squadra che ti ha portato sull’Olimpo dei calciatori (facendo nel frattempo aumentare il conto in banca).

Il vero tassello che sembra mancare, talvolta, è che quella sensazione di essere trascesi fino ad essere una semidivinità in Terra, è unicamente il riflesso dell’Amore dei tifosi, e non una qualità intrinseca dell’individuo. Assistiamo invece ad alcuni casi in cui il pericolosissimo Ego personale si rivela in grado di distorcere questa percezione nei calciatori, che per scelte professionali, ambizioni personali, o banalmente per tenere viva la propria personale narrazione leggendaria, contrastano apertamente chi ha fatto di loro ciò che sono.

Nei passaggi alchemici si sa che l’allievo arriva prima o poi alla “distruzione del maestro”, ma qui non parliamo di questo. In verità è meno complesso di quanto sembri: i tifosi Amano la lo Squadra. Se un calciatore ha la fortuna di farne parte e di vivere un ciclo vincente, vive di un riflesso di quello stesso Amore, fino a che i tifosi lo considerano “uno di loro”. Il punto sta tutto qui, alla dicotomia all’inizio di questo editoriale: il calciatore ama la squadra come i tifosi? Oppure è un professionista che si limita a rispettare chi gli paga lo stipendio? Non c’è dubbio su quale delle due sfumature moltiplichi a dismisura l’amore dei tifosi!

Nella conferenza stampa che ha preceduto la partita con il Genoa, l’allenatore Massimiliano Allegri ha detto chiaramente che quest’anno il Gruppo sta beneficiando dell’assenza di “primedonne”, ossia professionisti che antepongono il proprio interesse personale a quello della Squadra. In una precedente intervista aveva sottolineato l’importanza del mercato operato IN USCITA.

E allora la differenza qual è, in definitiva? Potrebbe essere raccontata così: ci sono storici Capitani che alla domanda “Tornerai alla Juventus?” rispondono di non essersene mai veramente andati, e altri che per distogliere l’attenzione dal ripido declino della loro carriera, bruciano tutto l’Amore che hanno ricevuto negli anni nel focolare del loro Ego.

E le ceneri dell’Amore, si sa, sono polvere di indifferenza.

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